Biografia

Andrea Cefaly

 1901-1986 

L’opera di Andrea Cefaly, nato a Cortale – un paese di poche anime arroccato sulle colline alle spalle di Catanzaro – nel 1901, si svolge appartata e coerente per oltre metà del secolo appena trascorso, dalle precocissime prove pittoriche realizzate in età adolescenziale e tuttavia già rivelatrici delle innate doti artistiche del giovane, alla formazione artistica napoletana conseguita sullo scorcio del secondo decennio presso lo studio di Giuseppe Aprea – allievo un tempo di Palizzi e Morelli – sino al ritorno in Calabria nella prima metà degli anni Venti con la frequentazione dello studio di Garibaldi Gariani, pittore appartenente a quella cosiddetta Scuola di Cortale che il nonno del giovane Cefaly – il più noto omonimo Andrea Cefaly – aveva fondato nella seconda metà del secolo precedente.

Ma soprattutto l’attenzione all’approfondimento del soggiorno torinese – negli anni dal 1927 al 1928 – e dell’alunnato presso il grande Felice Casorati che nutrirà sempre grande stima nei confronti del giovane artista. Una esperienza questa, che Cefaly, ammirato sin dai primi saggi presentati al pubblico in quel tempo, maturerà per i successivi due decenni isolato nella sua Cortale, e della quale sono emerse oggi una notevolissima quantità di pregevoli opere credute per lungo tempo perdute, e tuttora inedite. Come del tutto ignota alla critica è la produzione immediatamente successiva al secondo conflitto mondiale, segnata da una progressiva conquista della luce e da una autentico azzeramento culturale mirante ad una radicale riformulazione artistica in seguito alla ‘folgorazione’ ricevuta alla Biennale Veneziana del 1948 dall’arte impressionista, sotto la cui egida l’artista quasi cinquantenne svolterà approdando allo stile per il quale ancor oggi è ricordato e per il quale ottenne successo e riconoscimenti. Cifra stilistica pressoché definitiva che andrà appunto conquistando sul principio degli cinquanta, e che tuttavia non mancherà ulteriormente e lentamente di approfondire per almeno tre decenni. Un segno-colore materico e clamante che sul cartone debolmente cosparso di una preparazione chiara, rapido e aggressivo, tracciato con incredibile maestria, dà vita a nature morte paesaggi, ma soprattutto ritratti; figure dotate di una immediatezza espressiva ed una penetrazione psicologica uniche. La medesima rapidità di De Pisis, la stessa celerità nell’impressionare la superficie pittorica; ma la pittura di Cefaly procede per autentiche sciabolate di colore, pastoso, privo delle mezze tinte, violento e strettamente apparentato alle cromie dell’espressionismo tedesco di Kirchner e Nolde, e soprattutto Kokoschka: una pregevole figurazione che talvolta si perde nelle ragioni stesse del colore e della materia.

Impossibile dubitare del valore di un artista dalle pregevoli ed originali matrici casoratiane che, approdato ad un superbo originalissimo espressionismo col quale a partire dagli anni Cinquanta – pur mantenendosi isolato materialmente e culturalmente – partecipa alle maggiori rassegne d’arte nazionali, come la Biennale veneziana del 1950 e le Quadriennali romane del 1951 e 1954, ed a numerose altre importanti manifestazioni conseguendo sovente premi e segnalazioni, approvazione da parte della critica e degli artisti sino almeno al definitivo brusco ritiro dalla scena pubblica coincidente con l’avvento del decennio seguente, al quale farà seguito quell’ininterrotto isolamento complice della mancata definitiva consacrazione che oggi auspichiamo potere, con questa mostra, definitivamente raggiungere.  Un solo decennio dunque di attività ‘pubblica’ e due sole personali di rilievo, la prima della sua vita nel 1956 alla Galleria del Vantaggio di Roma presentato da Carlo Barbieri, e l’ultima alla celebre Galleria Stefano Cairola di Milano presentato da Mario Monteverdi, videro in entrambe le occasioni Cefaly riscuotere un invidiabile successo di critica e di pubblico, sufficienti a dargli al tempo larga notorietà tra i critici, gli artisti ed i conoscitori più esperti. Un percorso che da allora sarà di approfondimenti e ricerche operate ‘dall’interno’, mai snaturando la maniera matura, riuscendo tuttavia ogni volta ad accrescere quella sua personale pittura di stimoli nuovi, sino alla poco nota svolta – spesso sottovalutata anche dai conoscitori più attenti dell’opera del maestro – sul principio degli anni Ottanta, quando ogni cosa s’acquieta nel suo fare; il segno che si fa ampio ed acquoso perdendo ogni consistenza come pure le cromie che si attestano su delicatissimi accordi tonali pastello, degni della maggiore tradizione del chiarismo lombardo.

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